Beppe Grillo
Capriccio e raccapriccio
Giorgio Tesen
Memorie di un giovane cinefilo
Samuel Monk
Tutti pazzi per i video
Zolle di terra
visitato *loading* volte
Era il 2004. Nicholaj abitava in un condominio che sembrava un’enorme caserma azzurra e che era situato nella zona ovest di Social City, vicino allo svincolo dell’autostrada. Condivideva il suo appartamento con altri due uomini eterosessuali. Non si poteva permettere di meglio.
Dalla rivolta popolare del
Da allora una nuova epoca era iniziata. Non meno difficile della precedente, per lo meno per la maggior parte della cittadinanza. Social City infatti, dopo una grave crisi economica dovuta alla caduta del regime e alla fortissima concorrenza della Repubblica Popolare Cinese, dove il costo del lavoro e quindi dei manufatti industriali era almeno cento volte inferiore, dovette subire anni di ristrutturazione economica interna. Il governo passò nelle mani di alcune grandi multinazionali che presero il controllo della megalopoli. Nacque una nuova corrente filosofica con numerosi adepti, la cosiddetta Finanza Creativa, i cui grandi manifesti, che superarono perfino
Nicholaj in quel periodo lavorava per un enorme polo aziendale i cui unici prodotti erano i servizi: dai trasporti alle telecomunicazioni, dai viaggi alla pubblicità virtuale in rete, dalla ricerca del personale alla consulenza fiscale. Lavorava nel settore trasporti e logistica. Era uno dei tantissimi operatori telefonici con contratto temporaneo parttime. Ogni mattina fissava centinaia di prenotazioni di ritiro merci presso aziende e privati. Usava un sistema operativo denominato AS 400. Quando arrivava la telefonata l’interlocutore gli snocciolava il numero di telefono della sua azienda o abitazione. Rapidamente Nicholaj digitava i dati e, dando l’invio, otteneva l’indirizzo completo del luogo in cui era necessario provvedere al ritiro della merce da spedire. Un lavoro facile e frustrante quanto basta. Aveva diritto ad un quarto d’ora di pausa. Spesso i clienti insoddisfatti del servizio riversavano su di lui le loro lamentele ma egli lasciava scorrere dentro di sé quelle parole come un fiume di suoni senza significato.
Per lui, come per i suoi colleghi, le migliaia di spedizioni di cui parlava quotidianamente al telefono erano un codice di due lettere e otto cifre, un numero di lettera vettura, come si definiva in gergo tecnico. Non aveva mai visto neanche un singolo pacco ma solo centinaia e centinaia di codici alfanumerici che lampeggiavano verdi sullo schermo nero.
Erano anni che Nicholaj non stava più con una donna vera. Da quando era morta l’unica che l’aveva veramente amato in un’epoca in cui l’amore era stato rivalutato e ricostruito nell’immaginario collettivo (soprattutto per opera di un gruppo di giovani rivoluzionari noti come I Ragazzi del ‘94) non più come un sentimento sovversivo ed incontrollabile ma come uno dei rari valori per cui vivere. Si chiamava Osaska e lavorava nella catena di montaggio di una fabbrica di elettrodomestici. Il suo compito era quello di assemblare l’impianto elettrico di frigoriferi d’alta gamma. Un lavoro snervante soprattutto per la gambe di Osaska costretta a stare in piedi per ore senza sosta.
Un giorno ci fu una fuga di un gas liquido infiammabile che si propagò lungo la catena senza far scattare alcun allarme. Una scintilla durante l’assemblaggio di un quadro elettrico fece scatenare un incendio e numerose esplosioni. La donna e altre due colleghe morirono dopo giorni di agonia per le profonde ustioni sul viso e sul corpo.
In seguito all’incidente Nicholaj era caduto in una sorta di torpore, una strana forma di letargia che lo coglieva soprattutto nei momenti di maggior stress. Improvvisamente l’uomo si addormentava, qualunque cosa stesse facendo. Questa strana patologia che, a detta dello psicologo aziendale, era stata un particolare modo di reagire alla sua tragedia individuale, una forma di difesa volta a preservare il suo cagionevole sistema nervoso, aveva accompagnato Nicholaj per quasi un anno, scomparendo poi nei recessi più intimi della sua coscienza e lasciando spazio ad una grave forma di depressione. In breve egli perse ogni appetito (anche quello sessuale), dimagrendo di molti chili, si chiuse in se stesso, rinunciando ad ogni attività sociale o ricreativa. Venne preso da manie ossessive che per gli standard di Social City potevano essere considerate eccentriche e definite in qualche modo strane ma non certo pericolose. Incominciò a lavarsi le mani in continuazione, a non radersi per paura di tagliarsi e di entrare in contatto con i batteri presenti nell’aria, a sprangare la porta e le finestre della sua stanza temendo che qualcuno potesse derubarlo dei suoi poveri averi. Nel giro di pochi mesi Nicholaj era divenuto irriconoscibile. Uno strano uomo dalla lunga barba bionda, dagli occhi opachi, pieni di rabbia e di oscuri timori, vestito in maniera eccentrica, con indumenti vecchi e logori. Usciva di casa solo per andare a lavoro e per fare qualche parco acquisto essendo divenuto estremamente avaro, quasi fosse ossessionato dalla paura di rimanere senza averi.
Come dicevo, da circa una anno, dopo una lunga terapia, Nicholaj aveva ripreso un qualche tipo di attività sessuale basata esclusivamente su rapporti virtuali e masturbatori: solo l’idea del contatto fisico con un altro essere vivente lo angosciava tremendamente soprattutto per paura di contrarre un’infezione o una malattia.
Lo si vedeva spesso camminare a notte inoltrata. Dietro il condominio in cui viveva c’era una zona solitaria e spoglia, illuminata da alcuni lampioni che emanavano una fioca luce gialla e dove a volte si rifugiava qualche tossico. Nicholaj passeggiava a testa bassa, assorto, scrutando il selciato con occhi attenti ad individuare e ad evitare le eventuali siringhe abbandonate. Era una sorta di zona morta delimitata dalle rotaie di un treno locale che correvano verso ovest e da coppie di enormi tralicci dell’alta tensione che correvano verso est legati tra loro da chilometri di spessi cavi.
I suoi coinquilini non erano certo meno alienati di Nicholaj. Ognuno di loro, forse senza neanche rendersene conto, era dedito ed assuefatto a determinate forme di ossessione o di alienazione e soffrivano o avevano sofferto in passato di patologie psichiche. Del resto a Social City le malattie mentali erano molto più diffuse di quelle fisiche. Durante il passato regime, infatti, le derrate alimentari di cui si nutriva la popolazione erano costituite prevalentemente da alimenti ricavati da vegetali geneticamente modificati per sviluppare, durante la crescita, alcune sostanze chimiche antidepressive. Era questo uno dei sistemi usati dalle autorità del controllo totale per dominare e controllare la psiche e gli stati d’animo della popolazione.
Per evitare l’assuefazione il regime cambiava molto spesso queste sostanze creando, di volta in volta, nuovi, micidiali composti chimici.
Inutile dire che anni di somministrazione di simili alimenti destabilizzarono e minarono irreparabilmente l’equilibrio psichico dell’intera popolazione. Numerosissime furono poi le vittime quando, caduto il regime, fu vietata la vendita degli alimenti geneticamente modificati. Tantissime persone caddero in preda a crisi di astinenza senza sapere neppure da cosa simili crisi dipendessero. Fu questo uno dei momenti più tragici del dopo Big Brother che segnò profondamente la società, irreparabilmente e orribilmente colpita e offesa nel suo intimo.
Nicholaj, i suoi coinquilini e tanti altri erano solo vittime sfortunate che dovevano cercare di recuperare una qualche forma di equilibrio.
Stefan, originario della Nigeria, era uno studente lavoratore. Studiava ingegneria delle telecomunicazioni e lavorava in un fast food. Viveva nell’appartamento da circa tre anni e vi trascorreva solo le ore notturne dormendo e studiando molto soprattutto in prossimità delle sessioni d’esame. Egli non aveva mai avuto amici nel corso della sua esistenza; evitava di proposito la compagnia dei suoi coinquilini e, in genere, di ogni altro essere umano. Cenava sempre alle sette, in perfetta solitudine. Ogni sera Nicholaj, mentre si masturbava, lo sentiva accendere
Il ragazzo nigeriano aveva sofferto per anni di una malattia nota con il nome di Koro e da cui erano stati colpiti migliaia di maschi adolescenti tra il 1985 ed il 1990 e che era stata causata da frutta contenente un mix di imipramina e litio. Coloro che sono affetti da tale psicopatologia vivono episodi d’ansia estrema determinati dalla paura che il pene rientri nel corpo. Gli attacchi d’ansia sono così forti che, se non opportunamente curati, possono portare persino alla morte.
Matt, invece, aveva iniziato a drogarsi dopo il divieto di vendita degli alimenti geneticamente modificati. Aveva avuto numerosi episodi di astinenza da psicofarmaci e aveva ceduto alla tentazione di acquistare alcune dosi di eroina da uno dei tantissimi pusher che, in quel periodo, fecero affari d’oro. Frequentando una comunità e facendo una terapia di gruppo Matt era riuscito a disintossicarsi ma successivamente rientrò nel tunnel della droga. Da anni ormai viveva periodi in cui era dedito quasi esclusivamente all’uso di stupefacenti e alcool e periodi di totale lucidità in cui spontaneamente riusciva a smettere di bucarsi. Nei momenti in cui era disintossicato Matt leggeva manga e lavorava come operatore di call center per una multinazionale delle videotelecomunicazioni. D’estate, nei periodi di lucidità, Matt praticava il tiro con l’arco giapponese e l’arte dell’estrazione della spada.
Una sera d’autunno Nicholaj trovò Matt in cucina. Era in uno dei suoi periodi più bui ed era tremendamente nervoso, quasi disperato. Era seduto. Nella mano destra una siringa. La sinistra era tutta imbrattata di sangue sul dorso. Stava frugando con l’ago in cerca di una vena e si era fatto una ventina di buchi nella mano. Il sangue nell’ago, intanto, si era coagulato. In quel periodo Matt era magrissimo, aveva la pelle gialla e le sue vene erano sparite. Gettò uno sguardo fatto di rabbia impotente verso Nicholaj che si era soffermato ad osservarlo e a cercare di parlargli, di farlo ragionare. In pochi secondi Matt si abbassò i pantaloni e, in preda alla disperazione, si iniettò la sua dose intramuscolo. La siringa, per via dell’ago otturato, scoppiò e il sangue schizzò dappertutto imbrattando anche Nicholaj. Fu una scena shockante.
Dopo quell’episodio Nicholaj iniziò a cercare di aiutare Matt. Trovava infatti che quest’ultimo fosse un’ottima persona. Gli era capitato più volte di passare del tempo con lui e il fatto stesso che a Social City ci fosse una persona che poteva considerare amica alleviava molto gli affanni di Nicholaj. Entrambi soli al mondo, spesso si erano ritrovati a pranzare insieme durante i weekend, a ridere, scherzare o a decidere di andare insieme al cinema. Non riusciva a credere che quella persona così tranquilla e pacifica, che quel suo unico amico con cui riusciva, a volte, a parlare e a sentirsi un “normale” essere umano, potesse essere ciclicamente soggetto a strane crisi di astinenza e improvvisamente diventasse vittima di una tossicodipendenza che lo deturpava nel corpo e nell’anima per lunghi periodi. Era come se avesse a che fare con due persone diverse o, meglio, con due personalità distinte dello stesso individuo. Una di esse era assolutamente allegra, piena di interessi, naturalmente portata alla curiosità e all’apprendimento, l’altra portava in sé i germi e le deficienze della tossicodipendenza. Era carica di rabbia e disperazione, incline al furto e all’offesa.
Nicholaj cercò di rendersi utile all’amico. Ogni volta che si presentava una ricaduta faceva di tutto per accompagnarlo dal suo medico che subito provvedeva a sedare Matt e a far sì che trascorresse qualche giorno in una clinica per disintossicarsi e per continuare la terapia con una comunità.
Grazie al prezioso aiuto di Nicholaj le crisi di Matt si fecero via via più rade ma non scomparvero mai del tutto.
Passarono alcuni anni. Nicholaj e Matt riuscirono a superare molte problematiche grazie all’aiuto di lunghe e intense terapie. Nicholaj riuscì nuovamente ad innamorarsi di una donna vera e ad avere con lei una relazione duratura. Matt, d’altro canto, imparò a prevenire, a limitare e a controllare le sue ricadute tanto che nel lasso di tempo di un paio di anni gli capitava di avere una sola blanda crisi di astinenza che, il più delle volte, riusciva a controllare senza conseguenze deleterie per la sua salute.
Stefan, dopo anni di studio e lavoro, riuscì infine a laurearsi e iniziare un tirocinio presso un’azienda di medie dimensioni. A differenza dei suoi coinquilini, tuttavia, nulla era cambiato in lui. Il ragazzo nigeriano continuava a condurre un’esistenza solitaria e ad evitare la compagnia di qualunque essere umano. Si limitava ad avere dei rapporti puramente superficiali con gli altri e, nei momenti di libertà, si dedicava interamente ad esercizi spirituali basati sulla preghiera e sulla meditazione. Era un fervido credente. Sembrava essere totalmente distaccato dalla vita di tutti i giorni e dai beni terreni. Il più delle volte era immerso in suoi insondabili pensieri e riflessioni che lo portavano a mostrarsi esternamente come una sorta di automa che eseguiva operazioni in modo automatico ed univoco. Chiunque cercasse di intraprendere con lui una qualche forma di comunicazione che andasse aldilà di un semplice rapporto professionale, per esempio, trovava la strada sbarrata da invalicabili limiti e barriere che Stefan innalzava incessantemente fino al momento in cui l’interlocutore doveva desistere.
Matt, la cui stanza era separata da quella di Stefan solo da un muro molto sottile, lo sentiva spesso piangere o pregare in latino o parlare ad alta voce nella sua strana e incomprensibile lingua madre. Accadeva pure di sentirlo fustigarsi, presumibilmente per aver ceduto ad una qualche tentazione terrena. Matt, preoccupato per i lamenti, più volte aveva spiato il ragazzo nigeriano che, in ginocchio, a dorso nudo, si colpiva ripetutamente la schiena con una grossa corda. In preda ad una sorta di delirio mistico, con gli occhi sbarrati e un’orrenda smorfia disumana a deturpargli il viso, Stefan cantilenava una lunga litania dal ritmo ossessivamente ripetitivo dondolando il busto e roteando la testa.
Fu nell’inverno del 2010 che il ragazzo nigeriano mise fine alle vite di Nicholaj e Matt, macchiandosi di uno dei delitti più efferati e violenti del secolo.
In preda ad uno strano delirio mistico, Stefan, con un lungo coltello da cucina, fece a pezzi i corpi dei suoi coinquilini immersi nel sonno. In seguito, con un trinciapollo, li sezonò in tante piccole porzioni che provvide a confezionare in appositi sacchetti e a congelare nel freezer di casa. Il giorno successivo, sempre in preda ad una sorta di mistico trance, il ragazzo nigeriano si nutrì di alcune parti dei corpi delle sue vittime dopo averle bollite per ore sul fornello della cucina. A fuoco lento.
Gli inquirenti lo trovarono nella sua stanza in stato confusionale, nudo e imbrattato di sangue dalla testa ai piedi. Si era infilato nelle carni aghi, chiodi, spilli e lamette.
Lo arrestarono. Dichiarò che, geloso del rapporto di amicizia che si era creato tra le sue vittime e incapace di stringere un simile legame con qualunque suo simile, aveva voluto fare proprio, assumere su di sé, letteralmente nutrirsi di questo elemento in lui mancante. Fu condannato a morte. Un’altra vittima postuma del Big Brother.
acidi
alcuni anni dopo la caduta del b
angina 2015
arsenio lupin
catartico
gioser leke
grazie papa
guglielmo
il sogno
katharina
l inserzione prima parte
l inserzione seconda parte
la troia gotica
post org
racconti
ragazzetta sinuosa
ragazzi di quartiere
senza titolo
tedio domenicale
tornando a casa
una strana messa
una vita felice