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giovedì, 25 gennaio 2007
RAGAZZI DI QUARTIERE

Ricordo ancora come fosse ieri il giorno in cui LUI mi picchiò. Stavo tornando da scuola. Zaino in spalla e testa immersa in pensieri da quattordicenne. Se ne stava lì, da bravo perdigiorno, appoggiato al cancelletto d’ingresso del suo condominio, ad osservare e contemplare le persone che gli passavano davanti. Occhi azzurro acqua, carnagione molto chiara e brufolosa, capelli lunghi, biondastri e unti. Teneva una sigaretta in bocca e una lattina di birra nella mano destra. Un’espressione ironica e schifata al tempo stesso animava i suoi occhi vispi e maligni. Un viso che era una maschera antica e malata di italianità. 
“Sei solo un secchione di merda.”
Mi disse con disprezzo. Alzai gli occhi e lo guardai. Era vestito nel suo solito stile da teppistello mezzo tossico: scarpe all star consumate, pantaloni rotti di un indefinibile color sporcizia tipico dei jeans indossati per mesi, giorno e notte. Una felpa con cappuccio, color vomito di ubriacone.
“Mavaccagare droghino del cazzo!”
Dissi IO tutto d’un fiato. Mi stupii molto delle mie parole.
Anch’EGLI si lasciò sfuggire un’espressione di meraviglia che tuttavia cedette subito il passo ad un ghigno ironico.
“Cazzo succede? Il secchione alza lo sguardo? Lo schiavo si ribella?”
Con balzo improvviso e nervoso si avvicinò e mi sferrò un destro in faccia. Mi caddero gli occhiali e insieme ad essi qualche goccia di sangue dal naso. Non feci in tempo a chinarmi che aveva già calpestato le lenti.
“Vattene a piangere dalla mamma, secchione dei miei coglioni!”
Scappai a casa e rimasi nella mia stanza per tutto il giorno.

Fu un episodio umiliante che tuttavia oggi, circa quindici anni più tardi, ricordo quasi con una punta di nostalgia.
Ora, dopo un’introversa adolescenza e infruttuosi ma appassionati studi all’università IO faccio il commesso in uno schifoso negozio di dischi, LUI se ne sta lì, il solito perdigiorno, appoggiato al viscido muro della sua schifosa cella di sicurezza nella casa circondariale della nostra cara vecchia città di provincia.

L’ultima cazzata che ha combinato gli è costata cara.

Un sabato pomeriggio tardo autunnale me lo ritrovo lì in negozio con uno sguardo opaco e un ghigno quasi spento. Il fisico ancora più magro e nervoso di quanto non fosse quand’era un adolescente. Non appena mi accorgo della sua presenza estrae una pistola dalla tasca del giubbotto e me la punta in faccia. Mi guardo attorno terrorizzato.
“Non fare un cazzo, secchione.”
Mi dice a voce bassa e con la sua solita aria strafottente.
Vedo attraverso il vetro della porta che fuori, ad attenderlo sul marciapiede, c’è un complice su una moto di grossa cilindrata. Il motore rombante, pronto a partire. 

Non ci sono clienti in quel momento in negozio.
LUI mi guarda e, ad un certo punto, rimette l’arma in tasca sorridendo.
“Ok. Adesso, in nome della vecchia amicizia che ci lega profondamente fin da sempre, tu mi regalerai tutto l’incasso di oggi.”
Come un automa apro la cassa e tiro fuori il misero incasso che può fare un negozio sfigato come quello in cui lavoro.
LUI prende con calma i soldi e li conta con uno sguardo. Non dimenticherò mai le sue parole:

“Siamo proprio due ragazzi dello stesso quartiere, della stessa porca città del cazzo. Non abbiamo scampo. Io marcirò in prigione strafatto di metadone, tu marcirai qua dentro strafatto di Pentotal.”

Se ne andò velocemente e silenziosamente. Con scatto felino salì sulla moto che schizzò via a gran velocità.

Seppi in seguito che una pattuglia di carabinieri trovò e arrestò i due disperati a pochi chilometri dal negozio. Avevano finito la benzina e stavano cercando di fuggire a piedi. Seppi anche che la pistola era un giocattolo.

Postato da: splintercell a 22:01 | link | commenti (1) |
racconti, ragazzi di quartiere


Commenti
#1   13 Febbraio 2007 - 12:02
 
cazzo ho letto questo tuo racconto dopo, in questo ti superi, sei bravo ma non debbo essere io a dirtelo. Perfetto il racconto dall'inzio alla fine.
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