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domenica, 25 febbraio 2007

appena sveglio

Postato da: splintercell a 13:05 | link | commenti |

mercoledì, 14 febbraio 2007
ACIDI

Ricordo ancora con ilarità il giorno in cui vidi per la prima volta Franz.

Eravamo entrambi all’ufficio anagrafe della nostra piccola città di provincia per il rinnovo della carta di identità. Quando fu il suo turno, a me toccava subito dopo di lui, egli consegnò, come di consuetudine, due foto tessere all’impiegato comunale. Quest’ultimo, dopo un rapido sguardo alle foto, rimase molto perplesso, guardò Franz, fece per dirgli qualcosa ma poi ci rinunciò e sparì dietro una porta per alcuni minuti. Quando ricomparve lo fece in compagnia di un altro impiegato del comune che, a giudicare dall’età, doveva essere il suo capo. Quest’ultimo scrutò con occhi torvi e indagatori il malcapitato e gli disse che non poteva accettare simili fotografie in quanto non rispettavano il regolamento. Franz Pappalardo, robusto italo tedesco vestito in puro stile punkabestia con tanto di pantaloni in pelle e collare al collo, prese a protestare. Imprecò, bestemmiò e urlò, tartagliando e balbettando come un forsennato, che quelle foto erano le uniche che gli piacevano e che non intendeva per nessuna ragione al mondo spendere altro tempo e denaro per farne delle altre che rispettassero i loro fottuti regolamenti.
Fu tra una bestemmia in tedesco e un italianissimo “Vai in culo!” che gli caddero di mano le foto incriminate e, in una frazione di secondo, realizzai che, se avessi voluto capire la ragione di tutto quel che stava capitando, avrei dovuto essere io a recuperarle. E così feci all’istante. Raccolsi le foto tessere e, rialzandomi, cercai di scrutarle con attenzione. Trattenni a stento le risate quando capii che Franz si era fatto fotografare a dorso nudo, con addosso soltanto un grosso collare da mastino.
Restituii le foto e lui mi guardò sorridendo.
Quel giorno dovettero chiamare l’usciere Tony, noto troglodita grande, grosso e scemo alle dipendenze del comune, per allontanare lo strano italo tedesco.

Un paio d’anni più tardi ritrovai Franz casualmente all’università. Frequentavamo gli stessi corsi e diventammo amici.
Fu proprio in questo periodo di amicizia, di reciproca frequentazione e di studi accaniti per prepararci agli esami che accadde un episodio simile a quello avvenuto alcuni anni prima all’ufficio anagrafe. Questa volta, però, non avrei fatto da semplice e divertito spettatore.
Era un caldo pomeriggio di primavera del 1994 e Franz ed io ci facemmo un acido. Non gli chiesi dove se lo fosse procurato. Dissi solo che sarebbe stata una cosa cool provare una sostanza allucinogena che andava di moda nei lontani anni 70. Pensai per un attimo ai suoni emessi dalla chitarra di Hendrix e allo sguardo alienato di De Niro in Taxi Driver.
Eravamo ancora immaturi studenti all’università della nostra città di provincia e passavamo tutti i pomeriggi delle nostre vite ancora giovani e inconcludenti nel giardinetto della facoltà. Bivaccavamo cercando di fare colpo su qualche squinzia di passaggio, fumando tabacco e, quando avevamo due lire, un po’ di cioccolato o maria. Non capitava certo tutti i giorni di avere per le mani un acido, molto più facile trovare paste. Noi, però, quella merda da discotecari fighetti non l’avevamo mai sopportata e l’avevamo sempre evitata per questioni meramente etiche. Non eravamo tipi da sballo del weekend.
Franz, con un atteggiamento più losco del solito, guardandosi attorno come a verificare che nei dintorni non ci fossero pulotti pronti a sgamarci, mi passò un quadratino di cartone coperto di piccole immagini dai colori sgargianti. Mi spiegò, tartagliando ancor più forsennatamente del solito, che avrei dovuto leccarlo e che ci sarebbe voluta circa mezz’ora prima di avere qualche effetto.
Leccammo la nostra dose e aspettammo di vedere i risultati sdraiati sulle panchine umide all’interno del cortile della facoltà di lettere. Era una giornata magnifica e le lezioni si tenevano a finestre aperte. Chiusi gli occhi e mi misi ad ascoltare la voce di un professore che, all’interno di un’aula,  stava declamando ai suoi studenti una poesia in greco antico le cui parole, forse per effetto dell’LSD, si scolpirono indelebilmente sulla superficie della mia memoria:

Emeis d’oia te filla fuei poluanzemos ore…

Franz ed io rimanemmo in silenzio per alcuni minuti tra il cinguettare degli uccelli finchè, ad un tratto, non riuscimmo più a stare fermi. Era come se d’improvviso entrambi avvertissimo un’impellente necessità di metterci in movimento. Franz si avviò molto velocemente verso l’uscita della facoltà ed io dietro di lui.  I colori degli oggetti che ci circondavano, del cielo, della terra, del sole divennero più carichi di contrasto, in taluni casi più cupi, in altri più fluorescenti. Dovevamo a tutti i costi muoverci, uscire da quella che ormai ci sembrava essere una prigione, non più una tranquilla università di provincia. Quando ci avvicinammo alla sbarra d’ingresso per le auto vedemmo a distanza che si avvicinava, a piedi e di buona lena, il nostro professore di filologia dantesca pronto, evidentemente, per le sue lezioni pomeridiane. Indossava, come sempre, un lungo Loden verde e un cappello anch’esso tirolese. Portava inoltre con la mano destra una valigetta in cuoio e reggeva col braccio sinistro un oggetto che a prima vista mi era sembrato un ombrello. Franz mi guardò spaventatissimo, aveva gli occhi fuori dalla testa ed era così imparanoiato che non potè evitare di gridare, tartagliando come suo solito, qualcosa che aumentò enormemente la mia già grande agitazione:
“Ha un fu… un fu… un fu…!!!”
“Cazzo stai dicendo?”
“Ha un fucile!!” riuscì finalmente a dire tutto d’un fiato.
Fu sicuramente l’acido a dare origine a questa allucinazione di gruppo perché io sono tuttora sicuro di aver chiaramente visto, dopo l’allarme di Franz, che il povero professore malcapitato stava brandendo con noncuranza un fucile a canne mozze di grosso calibro.
La nostra immaginazione galoppava e in pochi istanti fui preso anch’io da una sorta di isterica smania di agire. Fummo subito sicuri che quell’uomo stava venendo verso di noi per ammazzarci, per scannarci come cani; avevamo una paura fottuta ma, al tempo stesso, sapevamo che dovevamo reagire, che non potevamo aspettare che l’accademico carnefice venisse a farci fuori.
Fu così che Franz ed io iniziammo a correre urlando a squarciagola verso l’ignaro professore. Urlavamo così forte da non sentire più le nostre voci uscire di bocca, concentrati e lanciati all'attacco come due pittbull contro quel loden verde fosforescente che era ormai non più veste di un mite insegnante ma di un crudele cacciatore armato. L'uomo, nel frattempo, spaventatosi per l’insolito spettacolo a cui stava assistendo, si fermò di fianco al gabbiotto di vetro da cui venivano distribuiti i gettoni per il parcheggio chiedendo aiuto all'usciere dell'istituto.
Piero, ex giocatore dilettante di rugby, era un omone dai lunghi e folti capelli scuri, indossava sempre un’impeccabile divisa blu doppiopetto ed era gentile con tutti, eternamente disponibile con i professori e complice di noi studenti, sempre pronto ad aiutarci e a coprirci quando c’era bisogno.
Accortosi anch'egli della strana scena, capì subito la richiesta di aiuto del professore e in pochi secondi uscì e si apprestò a placcare Franz attendendolo come un difensore attenderebbe un giocatore avversario in corsa frenetica verso la porta. Lo scontro fu duro soprattutto per il mio amico che, nonostante avesse visto l'ostacolo, aveva continuato a correre freneticamente e gli era andato addosso di peso facendo cadere entrambi.
Il nerboruto usciere si rialzò immediatamente, prese Franz per un orecchio con la mano destra e, con la sinistra, riuscì persino a sferrare un pugno sulla mia spalla bloccando subito anche la mia corsa.
Con il fiatone e tutto scapigliato ci urlò nelle orecchie come per svegliarci dal nostro assurdo torpore:

“Tosi! Cosa casso avete bevuto oggi!?? Ande’ a casa subito!”  

Ricordo che ci sbattacchiò un po’ l’uno contro l’altro, ci spinse a terra, ci diede un paio di manrovesci non troppo forti e poi andò verso il professore dandoci modo di scappare.
Quella sera vagammo fino a tarda ora per la città sparando cazzate, ridendo e rischiando anche di finire sotto un autobus. Ricordo infine che, con nostro gran stupore, continuammo a percepire il colore rosso con una strana tonalità fluorescente anche nei giorni a venire.

Dopo quell'episodio non ci facemmo più vedere in facoltà per almeno un paio di settimane e, quando finalmente ebbimo il coraggio di tornare, Piero ci accolse con una gran risata, ci abbracciò e ci offrì una sigaretta come se nulla fosse stato.

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racconti, acidi

domenica, 04 febbraio 2007

P1010063

Postato da: splintercell a 16:59 | link | commenti |

CORSA IN MOTO - Tratto da "Diario di un disoccupato"

Mi chiama un vecchio amico:
“Sai, ho aggiustato la moto. Ti va di provarla? Ci facciamo un giro?”
Appuntamento alle quattro davanti alla facoltà.
Esco dall’aula computer per l’ora x. Sono amareggiato. Ho appena finito un test online di trenta minuti per accedere alle selezioni per un posto di lavoro come commesso in un nuovo centro commerciale della mia città. Proprio così. Nuova procedura supertecnologica. Il primo step prevede l'inserimento del proprio curriculum e poi, se si vuole che quest'ultimo sia preso in considerazione, è obbligatorio effettuare il secondo step: un test con diverse prove che vanno dalla logica alla conoscenza della lingua inglese. Il tutto solo per ottenere che un qualche addetto alle risorse umane dia un rapido sguardo al mio profilo, indispensabile presupposto per poter diventare commesso! Chissà gli astronauti come li selezionano!
Non voglio pensare che ho svolto gran parte del test a caso in un’aula computer strapiena di ragazzi casinisti dediti allo scaricamento di immagini più o meno equivoche e di ragazze intente a chattare con mezzo culo di fuori, visto che la moda dilagante prevede la vita sempre più bassa e il perizoma sempre più alto…
Non voglio pensare che gli anni più belli della mia vita stanno scorrendo via come granelli di sabbia in una clessidra. Non voglio pensare che il gelato che avevo comprato a pranzo mi è caduto dal cono dopo due sole leccate. Non voglio pensare che ho trent’anni e ancora bazzico per la facoltà scroccando sigarette alle squinzie. Non voglio pensarci e infilo il casco (non senza difficoltà visto che la mia testa si rifiuta di entrarci e ho seri problemi ad aggiustarmi gli occhiali)
Guida l’amico spericolato. A cavallo di un vecchio 600 giapponese da enduro schizziamo via. Un proiettile nella città. Non c’è tempo per pensare. Tutto scorre veloce davanti agli occhi. Ondeggio ad ogni cambio di marcia. Il motore ruggisce, romba, vibra. Tengo la gamba destra a debita distanza dalla marmitta. Ho i coglioni in gola ma va bene. I freni fischiano ai semafori e agli stop. Arriviamo all’argine, parcheggiamo in prossimità della diga.
“Figata” prima lo penso e poi lo dico.
“Non è ancora perfetta!” esclama l’amico sorridendo. “Ci vuole pazienza con le moto vecchie!”
Passeggiamo lungo l’argine.
“Allora l’hai trovato un lavoro?” mi domanda.
“Macchè!” gli rispondo scazzato.
“Neanche io” mi confessa. “Secondo me dovresti partire. Dovresti andare in Belgio o in Olanda. Lì si che si trovano bei lavori. Cioè non sei mica un mezzo uomo che te ne resti rinchiuso tra le mura di questa piccola città di provincia piena di sfigati!”
Mi piace l’espressione MEZZO UOMO, rende l’idea.

Mi offre un gelato e per tutta la passeggiata spariamo stronzate sui tizi di ogni età che corrono su e giù per l’argine facendo ginnastica. Ce ne sono alcuni che sembrano davvero sul punto di collassare, vere e proprie maschere di dolore e sofferenza. E poi dicono che lo sport faccia bene.
Infiliamo nuovamente il casco e percorriamo a tutta velocità, in lungo e in largo, una città troppo piccola per noi. In pieno centro, ad un semaforo, la moto si spegne. Scendo immediatamente. Si rimette in moto, salgo al volo e si riparte. Su e giù per la città come due fancazzisti sognatori, come Che Guevara e compagno in giro per l’America del Sud in sella ad una moto. Magari!
Mi scarica davanti al call center dove lavora la ragazza che dorme accanto a me, mi siedo su una panchina e aspetto che esca. Le mando un SMS:

SONO SEDUTO SULLA SOLITA PANCHINA. TI ASPETTO AMANDOTI E TI AMO ASPETTANDOTI.

Un'altra giornata è volata via...

Postato da: splintercell a 16:41 | link | commenti (2) |

domenica, 28 gennaio 2007

P1010005

Postato da: splintercell a 20:57 | link | commenti |

giovedì, 25 gennaio 2007
RAGAZZI DI QUARTIERE

Ricordo ancora come fosse ieri il giorno in cui LUI mi picchiò. Stavo tornando da scuola. Zaino in spalla e testa immersa in pensieri da quattordicenne. Se ne stava lì, da bravo perdigiorno, appoggiato al cancelletto d’ingresso del suo condominio, ad osservare e contemplare le persone che gli passavano davanti. Occhi azzurro acqua, carnagione molto chiara e brufolosa, capelli lunghi, biondastri e unti. Teneva una sigaretta in bocca e una lattina di birra nella mano destra. Un’espressione ironica e schifata al tempo stesso animava i suoi occhi vispi e maligni. Un viso che era una maschera antica e malata di italianità. 
“Sei solo un secchione di merda.”
Mi disse con disprezzo. Alzai gli occhi e lo guardai. Era vestito nel suo solito stile da teppistello mezzo tossico: scarpe all star consumate, pantaloni rotti di un indefinibile color sporcizia tipico dei jeans indossati per mesi, giorno e notte. Una felpa con cappuccio, color vomito di ubriacone.
“Mavaccagare droghino del cazzo!”
Dissi IO tutto d’un fiato. Mi stupii molto delle mie parole.
Anch’EGLI si lasciò sfuggire un’espressione di meraviglia che tuttavia cedette subito il passo ad un ghigno ironico.
“Cazzo succede? Il secchione alza lo sguardo? Lo schiavo si ribella?”
Con balzo improvviso e nervoso si avvicinò e mi sferrò un destro in faccia. Mi caddero gli occhiali e insieme ad essi qualche goccia di sangue dal naso. Non feci in tempo a chinarmi che aveva già calpestato le lenti.
“Vattene a piangere dalla mamma, secchione dei miei coglioni!”
Scappai a casa e rimasi nella mia stanza per tutto il giorno.

Fu un episodio umiliante che tuttavia oggi, circa quindici anni più tardi, ricordo quasi con una punta di nostalgia.
Ora, dopo un’introversa adolescenza e infruttuosi ma appassionati studi all’università IO faccio il commesso in uno schifoso negozio di dischi, LUI se ne sta lì, il solito perdigiorno, appoggiato al viscido muro della sua schifosa cella di sicurezza nella casa circondariale della nostra cara vecchia città di provincia.

L’ultima cazzata che ha combinato gli è costata cara.

Un sabato pomeriggio tardo autunnale me lo ritrovo lì in negozio con uno sguardo opaco e un ghigno quasi spento. Il fisico ancora più magro e nervoso di quanto non fosse quand’era un adolescente. Non appena mi accorgo della sua presenza estrae una pistola dalla tasca del giubbotto e me la punta in faccia. Mi guardo attorno terrorizzato.
“Non fare un cazzo, secchione.”
Mi dice a voce bassa e con la sua solita aria strafottente.
Vedo attraverso il vetro della porta che fuori, ad attenderlo sul marciapiede, c’è un complice su una moto di grossa cilindrata. Il motore rombante, pronto a partire. 

Non ci sono clienti in quel momento in negozio.
LUI mi guarda e, ad un certo punto, rimette l’arma in tasca sorridendo.
“Ok. Adesso, in nome della vecchia amicizia che ci lega profondamente fin da sempre, tu mi regalerai tutto l’incasso di oggi.”
Come un automa apro la cassa e tiro fuori il misero incasso che può fare un negozio sfigato come quello in cui lavoro.
LUI prende con calma i soldi e li conta con uno sguardo. Non dimenticherò mai le sue parole:

“Siamo proprio due ragazzi dello stesso quartiere, della stessa porca città del cazzo. Non abbiamo scampo. Io marcirò in prigione strafatto di metadone, tu marcirai qua dentro strafatto di Pentotal.”

Se ne andò velocemente e silenziosamente. Con scatto felino salì sulla moto che schizzò via a gran velocità.

Seppi in seguito che una pattuglia di carabinieri trovò e arrestò i due disperati a pochi chilometri dal negozio. Avevano finito la benzina e stavano cercando di fuggire a piedi. Seppi anche che la pistola era un giocattolo.

Postato da: splintercell a 22:01 | link | commenti (1) |
racconti, ragazzi di quartiere

sabato, 20 gennaio 2007

P1010006

Postato da: splintercell a 16:27 | link | commenti (2) |

GUGLIELMO

LUI era affetto da tetraparesi spastica. IO no.
Attendeva di sera che tornassi da lavoro gironzolando sulla sua sedia a rotelle elettrica intorno al luogo in cui avrei parcheggiato.
Non capivo quasi nulla di quel che diceva ma in fondo parlavamo poco. Eravamo entrambi soli al mondo e questo avvicinava le nostre vite . Condividevamo la passione per la lettura. Crossbooking. Scambiavamo libri e passavamo ore e ore nel salotto di casa sua a leggere, scrivere, ubriacarci, fumare, navigare su internet. Guardavamo film.
Non avevamo bisogno di nulla al mondo.
Sapevo tuttavia che una cosa mancava davvero al mio amico. Il suo aspetto allontanava qualunque creatura femminile e LUI, ne ero quasi certo, non aveva mai toccato una donna in tutta la sua misera esistenza. Glielo leggevo negli occhi ogni volta che, per strada, incrociavamo una ragazza. Un disperato e ossessionato bisogno di DONNA.
Un giorno, mentre LUI era in bagno, curiosando sul suo hard disk, trovai un’enorme collezione di foto e filmati pornografici scaricati da internet e la cosa non fece che confermare le mie supposizioni. Da allora pensai a lungo alla scottante problematica della sessualità di un disabile ma non ne venni mai a capo se non in maniera del tutto naif.
La conclusione a cui giunsi, ovviamente, fu quella di ricorrere ad una prostituta.
In fondo era semplice, pensai. Bastava avvicinare una zoccola giovane e arrapante, spiegarle che avrebbe dovuto spompinare un tipo su una sedia a rotelle, pagarla un tot e portarla a casa di LUI magari fingendo che fosse un’amica.
Decisi che l’avrei fatto e lo feci.
Quel giorno presi la tangenziale, svoltai nei pressi dello stadio e iniziai a fare il classico PUTTANTOUR. Mi sentivo come un vecchio puttaniere ma in fondo, pensavo, era per una giusta causa. Mi avvicinai ad una tipa che mi sembrava adatta. Era vestita in modo abbastanza vistoso ma non troppo volgare. Era molto giovane. Sicuramente slava. Le spiegai cosa avrebbe dovuto fare e lei accettò di buon grado a patto che restassi in casa durante la prestazione. Se fosse successo un imprevisto sarei dovuto intervenire. Pensai che la sua richiesta fosse più che ragionevole. Volle essere pagata il doppio e anticipatamente. Questo mi piacque di meno. La zoccola salì in macchina. Le spiegai che LUI era un appassionato di arte contemporanea e che lei avrebbe potuto iniziare la conversazione lodando la riproduzione di Guernica appesa in salotto.
Quando arrivammo a destinazione la tipa si comportò benissimo. Entrò subito in sintonia con il mio amico grazie ai pochi suggerimenti che le avevo dato. A LUI brillavano gli occhi per l’emozione. Bevemmo qualche spritz e l’atmosfera divenne ancor più favorevole ai miei intenti. Li lasciai soli. Dissi che non mi sentivo bene e andai in bagno.
Spiai la scena dal buco della serratura e vidi la zoccola fare meravigliosamente il suo mestiere. Si spogliò lentamente ostentando un corpo perfetto che eccitò sia ME sia LUI. Lo baciò, lo leccò, gli fece toccare la fica e le tette e iniziò a masturbarlo lentamente. Non lo avevo mai visto così contento. Si chinò infine su di LUI e incominciò a spompinarlo. Ero felice ed eccitato allo stesso tempo. Non stavo più nella pelle. Mi svestii e uscii in silenzio dal bagno a cazzo duro e mi avvicinai alla fichetta. Mentre LUI non capiva più nulla ella mi disse che se l’avessi scopata avrei dovuto pagare. Le spinsi nuovamente la bocca sul cazzo dell’amico e la presi da dietro infilando il mio nelle sue liquide profondità.

Alcune ore più tardi riaccompagnai la ragazza sulla tangenziale e pensai che in fondo mi dispiaceva un po’ lasciarla in mezzo ad una strada. La pagai. Le diedi un bacio sulla fronte e la mollai dove l’avevo raccattata. Né IO né LUI la vedemmo più.

Postato da: splintercell a 14:33 | link | commenti |
racconti, guglielmo

sabato, 02 dicembre 2006
COINQUILINO

Il mio coinquilino ha la testa rotonda. Indossa gli occhiali. Ha gli occhi un po’ incavati. Il mio coinquilino è un fan sfegatato del Giappone: da anni colleziona manga, frequenta un corso di giapponese, pratica il tiro con l’arco kyudo e l’arte dell’estrazione della spada, legge libri sulla cultura e sulla società nipponica. Ora sta scrivendo una tesi sulla percezione del tempo in Giappone e relativi riscontri sulla lingua giapponese.
Penso che il suo sogno sia di trombarsi una tipa nipponica che indossi, possibilmente, la divisa  delle studentesse con tanto di gonnellina e calzettoni…
Il mio coinquilino filonipponico lavora. Non è uno sfigato come me. Lui, sue testuali parole, porta a casa il pane! E’ un operatore di call center con contratto interinale parttime che gli rinnovano all’incirca ogni 6 mesi. 5 giorni a settimana, quindi, si reca nei palazzoni di un noto gestore della telefonia mobile e, insieme con tante altre formichine come lui, accende un terminale, indossa un paio di cuffie con microfono e resta per ore in balia di migliaia di clienti più o meno incazzati.
Il coinquilino filonipponico quando va a cavallo del suo scooter mi ricorda Poncharello della serie televisiva I CHIPS: stesso sguardo serio e concentrato, stesso casco jet metallizzato, stessa posizione eretta del busto. L’unica differenza è la moto. Un PIAGGIO LIBERTY con parabrezza e bauletto non può reggere il confronto con una HARLEY (o era una MOTOGUZZI?)
Il coinquilino filonipponico suona molto bene la chitarra ed è molto intonato soprattutto quando canta le sigle dei vecchi cartoni animati giapponesi. Ricordo ancora quella volta che mi incularono la bicicletta: per consolarmi lui e la ragazza che all’epoca non dormiva ancora accanto a me cantarono decine e decine di sigle. Alla fine non ero più triste per la bicicletta, volevo solo strozzarli.
Il coinquilino filonipponico fuma sigarette fatte a mano. Ore e ore di metodico allenamento per imparare a rollare la sigaretta perfetta. A Natale gli ho regalato una macchinetta con apposito alloggiamento per cartina e tabacco. Basta chiudere il coperchio e la sigaretta esce pronta da una fessura. Dopo svariate prove e test il coinquilino filonipponico ha stabilito con estrema precisione quanti grammi di tabacco inserire e il punto preciso della cartina che deve essere inumidito con la lingua. Ogni tanto gli inculo un po’ di DRUM e una RIZLA e mi fumo una paglia in gran segreto avendo io smesso di fumare da parecchi mesi per ragioni meramente economiche.
Il coinquilino filonipponico nella sua stanza ha un piccolo generatore nucleare ausiliario di sua progettazione che gli serve per produrre energia. Deve infatti alimentare contemporaneamente un televisore, un videoregistratore, una PLAYSTATION, un computer, un lettore DVX, uno stereo, un home theater e un termoconvettore. Mi è capitato più volte di dover dormire nella sua stanza e ogni volta ho avuto serie difficoltà ad addormentarmi per via dei numerosissimi led delle apparecchiature elettroniche in stand by.
Il coinquilino filonipponico ama i Nirvana. Sulla porta della sua stanza un poster di Kurt Cobain punta una pistola automatica contro chiunque tenti di entrare.
Il coinquilino filonipponico ogni tanto beve molto per far colpo sulle ragazze. Ricordo una sera, al ristorante cinese. C’era una tipa di Modena a cena con noi che gli piaceva e per fare lo sborone inizia a buttare giù grappa alla rose. Cinque tazzine se ne sgola. Di ritorno a casa, alla prima curva dopo il cavalcavia mi chiede di fermarmi. Scende dalla macchina e si vomita sulle scarpe tutta la cena cinese.
Un’altra volta gli presto la macchina. Va ad una cena con i compagni di merende giapponesi e si intorta così tanto che si dimentica di chiudere il finestrino, lo lascia interamente calato. Avrà vomitato in corsa? Ha sempre negato. Non userà mai più il mio mezzo.

 

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